Libertà vo’ cercando che è sì cara…

Editoriale di Ivana Summa

L'autonomia scolastica rappresenta la capacità di agire in modo indipendente, senza subire condizionamenti esterni eccessivi, al solo scopo di   perseguire gli obiettivi specifici ritenuti in grado di  perseguire le finalità stabilite dal sistema sovraordinato. Questo concetto si declina a diverso livello a seconda degli ambiti: dalla organizzazione alla didattica e alla ricerca, anche intesa come sperimentazione  del nuovo e allo sviluppo/implementazione di quanto si è sperimentato. Non si tratta di perseguire un'autarchia irrealistica, quanto  di riconoscere ai singoli istituti scolastici la capacità  di identificare i bisogni specifici,  per poi trovare  il giusto equilibrio tra competenze professionali interne fruibili, cooperazione con soggetti esterni, acquisizione di specifiche risorse. Ma l’autonomia così intesa può davvero essere esercitata soltanto avvalendosi, concretamente, della libertà di insegnamento dei docenti, sancita dall’art. 33 della costituzione e poi meglio specificata nel dpr n. 417/1974 che dedica alla  libertà di insegnamento l’art. 1: “Nel rispetto delle norme costituzionali e degli ordinamenti della scuola stabiliti dalle leggi dello Stato, ai docenti è garantita la libertà di insegnamento. L'esercizio di tale libertà è inteso a promuovere attraverso un confronto aperto di posizioni culturali la piena formazione della personalità degli alunni.

Tale azione di promozione è attuata nel rispetto della coscienza morale e civile degli alunni stessi”.  Inoltre, il primo comma dell’articolo 2 è interessante perché definisce “La funzione docente è intesa come esplicazione essenziale dell'attività di trasmissione della cultura, di contributo alla elaborazione di essa e di impulso alla partecipazione dei giovani a tale processo e alla formazione umana e critica della loro personalità”.

Con il dpr 275/1999 e con la legge 107/2015, la libertà individuale viene messa in gioco nel collegio dei docenti, sostanziandosi “nella progettazione e nella realizzazione di interventi di educazione, formazione e istruzione mirati allo sviluppo della persona umana, adeguati ai diversi contesti, alla domanda delle famiglie e alle caratteristiche specifiche dei soggetti coinvolti, al fine di garantire loro il successo formativo”. Il risultato  è il piano dell’offerta formativa che “è il documento fondamentale costitutivo dell'identità culturale e progettuale delle istituzioni scolastiche ed esplicita la progettazione curricolare, extracurricolare, educativa e organizzativa che le singole scuole adottano nell'ambito della loro autonomia”.

Questa sintesi ci pare necessaria per affermare che, in questi 25 anni di autonomia scolastica, le disposizioni normative ed amministrative hanno, di fatto, ingabbiato sempre più le scuole, sia sul piano organizzativo (si pensi alle numerose figure intermedie inserite obbligatoriamente), che sul piano della didattica e delle metodologie (sempre più intrusive nelle ultime indicazioni nazionali), per non parlare dell’autonomia di ricerca, sperimentazione e sviluppo mai presa in carico dalle scuole come motore del proprio miglioramento e garanzia di innovazione endogena. Così, oggi, ci ritroviamo a constatare che l’autonomia e la libertà d’insegnamento  sono state depotenziate a tal punto che le scuole non possono più garantire la propria identità, se non in modo generico. Infatti, l’identità è rappresentata da tutto ciò che rende unici e inconfondibili agli occhi degli altri e, nel caso delle istituzioni, dà un senso di appartenenza, di comunità  e continuità nel tempo anche di fronte a cambiamenti importanti e al turn over delle persone. Dunque,un istituto scolastico costruisce con il tempo e con l’esperienza la propria identità attraverso le competenze distintive, che si evolvono nel tempo, essendo il frutto della libertà professionale  e dell’esperienza collettiva.Oggi, le scuole avvertono che la loro identità è minacciata e, proprio per questo, vanno alla ricerca di quella libertà, individuale e collegiale, che possa consentire di lavorare non genericamente in una scuola ma in quella scuola specifica, piena di contraddizioni, di problemi e di bisogni, di dubbi e sfumature, ma anche di opportunità, di interessi, di capacità, competenze professionali e risorse territoriali. Ed è in questa  inevitabile differenza fra le scuole reali ed i dettati ministeriali  che si colloca quel soft power delle scuole, in grado di agire nella complessità tracciando sentieri autentici frutto della capacità di ricerca, sancita dall’art. 6 delDPR n. 275/’99.

Fra i tanti contributi, un aiuto in questa direzione è quello fornito da L.Bertocchi e M. Maviglia che scavano tra le pieghe delle indicazioni nazionali 2025, individuando sconfinamenti, contraddizioni, intrusioni che, di fatto, le trasformano in una sorta di ricettario che - se assunto in modo acritico- oltre a calpestare autonomia e libertà, riporterebbe le nostre scuole a pratiche trasmissive del primo Novecento:“Si ha l’impressione che gli estensori del documento siano stati ossessionati dalla preoccupazione di tenere sotto controllo il lavoro dei docenti, nel timore che abbandonassero la retta via, una sorta di: ti diciamo noi come dovete fare”, evidentemente perché non si ha fiducia nella professionalità dei docenti…”. “In questo modo gli insegnanti vengono concepiti come curriculum performers (più che curriculum makers), ossia meri esecutori materiali di un curricolo deciso dall’alto anche nelle sue declinazioni operative e metodologiche”. Ma senza la “disintermediazione professionale dei docenti”, diventa tutta un’altra scuola!

Di questo ritorno indietro alla scuola pre-autonomia  parla anche il contributo di Maurizia Maiano che, partendo dalla bozza delle Indicazioni Nazionali per i Licei, evidenzia l’assurdo epistemologico e metodologico di separare la storia dalla geografia proprio in un tempo in cui la geopolitica è diventata protagonista: “In un’epoca come la nostra,  i cambiamenti fisici degli ambienti naturali ad opera della tecnica sono rapidi e spesso violenti: il progresso tecnico ha realizzato  dighe, ferrovie e strade alterando profondamente l’orografia dei luoghi…”. Il pianeta è ormai caratterizzato da una “policrisi”, ossia varie crisi che si intrecciano e si alimentano tra loro, a partire dai territori, non più ambienti solo naturali e la storia  non ha senso se non è interpretata all’interno della società in cui si vive.

Ma se vogliamo capire meglio la questione dell’insegnamento  della storia, così come viene proposta  per le scuole di ogni grado ed ordine, dobbiamo leggere la recensione di Flavia Marostica del  n.1/2026 della Rivista il Mulino a cura di Paolo Pombeni  e intitolata Quali storie, che per contenuti è di fatto un libro di 180 pagine. Il numero raccoglie numerosi interventi di diversi storiciche ci consentono di cogliere, tra l’altro,  omissioni e distorsioni di  fenomeni e costrutti come l’Occidente, il Colonialismo, il Femminismo.

E di libertà di pensiero, garantita dall’art. 21 della Costituzione, ci parla Anna Armone, che conclude la sua interessante analisi  con queste parole: “insegnare ai ragazzi l’articolo 21 significa educarli non solo a rivendicare la propria libertà di parola, ma soprattutto a usarla in modo critico e responsabile, riconoscendo nella libertà di espressione – propria e altrui – il fondamento stesso della convivenza democratica e del pluralismo nella scuola e nella società. E tutti noi educatori abbiamo una chiara consapevolezza  di cosa significhi, al tempo dei social, saper gestire responsabilmente la propria libertà.

Giusy Lulì propone una  puntuale disamina  sui nuovi libri di testo  previsti per la classe 1° della scuola primariae secondaria di 1° grado, elaborati in ottemperanza alle indicazioni nazionali 2025. L’idea centrale è che il  libro di testo  non debba essere più al centro dell’azione didattica ma utilizzato come “risorsa integrativa. Resta il dibattito per sciogliere il  dilemma: “se, e quanto, le direttive ministeriali consentano la valorizzazione dell’autonomia scolastica, riconoscendo agli insegnanti un ruolo attivo e creativo”.

Renato Candia, di contro, passa in rassegna la normativa riguardante l’adozione alternativa dei libri di testo che fu inaugurata con la legge 517/’77 e poi saldamente sancita nell’art. 4 del dpr 275/’99. Questa opportunità in questi 50 anni è stata utilizzata da pochissimi insegnanti, anche se “le nuove tecnologie digitali in disponibilità, alla luce anche del rapidissimo evolversi e semplificarsi di relative forme di accesso alle piattaforme web, unitamente alla spinta incoraggiante (e incoraggiata) dell’Autonomia verso la sperimentazione attorno ai materiali didattici, suggeriscono e promuovono sempre più una possibile manipolazione creativa delle risorse per l’apprendimento, le scuole generalmente rispondono con una certa esitazione, continuando a preferire in gran parte il rassicurante riferimento ai libri di testo e al lavoro editoriale delle case che li producono”.

Oggi, ad un collegio docenti che abbia deliberato di  procedere  all’adozione alternativa dei libri di testo, anche privilegiando l’autoproduzione, dobbiamo riconoscere  il coraggio di affermare  l’autonomia scolastica e la libertà di insegnamentonon come opzione, protesta  o come orizzonte dei desideri, ma come vero e proprio paradigma identitario.

Vogliamo concludere con il contributo di Stefano Stefanel  che è dedicato alle due figure centrali della scuola- i docenti e il  dirigente scolastico–mettendo in evidenza  il loro  progressivo distanziamento dalla stessa missione della scuola. E tutto ciò è provocato dal profluvio delle disposizioni normative ed amministrative, tanto che “Sta prendendo piede un’idea sconcertante secondo cui le scuole italiane non sono più soggetti deputati esclusivamente all’insegnamento e alla formazione e che questi obiettivi si misurano esclusivamente sul reale miglioramento degli apprendimenti degli studenti, ma che siano diventate altro, soggetti che gestiscono fondi dello stato”e che si muovono tra l’applicazione burocratica  di cambiamenti (esempio le Linee Guida sull’AI) e la tentazione di optare per il  divieto, con il relativo corollario di minacciose sanzioni. 

La Casa Editrice Euroedizioni Torino S.r.l. è una società che si occupa prevalentemente di problemi organizzativi e gestionali delle scuole di ogni ordine e grado, sia sotto l'aspetto pedagogico-didattico che sotto quello amministrativo-contabile; a tal fine fornisce informazioni, consulenza, riferimenti interpretativi, formazione anche on line, supporti operativi, edizione di testi per la gestione delle istituzioni scolastiche, manuali per la preparazione ai concorsi del personale scolastico. 

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